Tra le donne dell’antichità che hanno da sempre catturato la sensibilità di molti artisti, nonché la fantasia dell’immaginario comune, c’è sicuramente Medusa.

Figlia di oscure divinità marine, la più celebre delle tre gorgoni aveva il potere di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo. Un mostro oscuro che atterriva gli uomini, uccisa da un eroe, Perseo, come prova di forza. Annientata dal figlio di Zeus con astuti stratagemmi, dopo la sua decapitazione la sua testa fu usata come arma dall’eroe, che grazie al potere mortifero dello sguardo di Medusa riuscì a vincere numerose prove. Un’altra versione facente capo a Ovidio vuole che Medusa fosse, in origine, una bellissima fanciulla. Violentata da Poseidone, fu successivamente trasformata in mostro da Atena. Significativamente, spesso il movente dello stupro viene addolcito in una storia d’amore tra la donna e il dio dei mari.

Tra le raffigurazioni più celebri in cui è stata immortalata troneggiano, nella storia dell’arte, quelle del Caravaggio e del Cellini. Volto mostruoso e terrificante nel primo esempio; corpo vigoroso e trionfante dell’uomo eroe, che esibisce la testa mozzata di Medusa, nel secondo.

“Perseo”, Benvenuto Cellini. Firenze, Loggia dei Lanzi
(fonte: Wikipedia)

Pochi mesi fa l’artista Luciano Garbati ne ha capovolto la storia in uno strategico chiasmo scultoreo: non è Perseo a reggere la testa del mostro, bensì è il mostro a reggere la testa mozzata del suo assassino. E il mostro è una donna. I dettagli dell’opera e della sua collocazione mettono insieme temi scottanti della nostra attualità: la statua del Garbati è stata infatti collocata nel parco antistante al New York County Criminal Court, storica sede giuridica di numerosi casi di violenza di genere e abusi, tra cui – appunto – il noto caso Weinstein, motore del movimento #Metoo. Un messaggio ben chiaro contro le violenze di genere, un inno alla giustizia che si tinge di rosa. L’iconicità della Medusa vittoriosa posta nello spazio maschile, di fronte al tribunale simbolo delle battaglie di un movimento femminista occidentale che, sebbene abbia messo in luce numerose criticità, ha rappresentato il punto di partenza di un nuovo dibattito.
Quello della Medusa di Garbati è un mito classico viene risemantizzato alla luce di un fatto di cronaca. Il mondo antico è tradotto in storia contemporanea, riletto con una nuova lente d’ingrandimento che, invece di far leva sulle differenze, nota le affinità che l’attualità percepisce come tali. 

Medusa troneggia con la testa del suo assassino. 

E non poteva esserci donna più emblematica, non Clitennestra, non Ifigenia, non Lucrezia. Medusa è per i Greci necessariamente la donna, perché la donna è il mostruoso. Il fascino è il mostruoso. La differenza per eccellenza, l’Altro che minaccia, che rende deboli, ciò che mette a rischio la compatta e invincibile eteria maschile. E allora la donna diventa la sirena che attrae, il sensuale mostro marino che affoga. L’estraneo la cui pericolosità non si palesa immediatamente, ma che è necessario rendere manifesta: creare Medusa come mostro, disumanizzarla per ammonire chiunque dal pericolo a cui essa, inconsciamente, è condannata.

No, non poteva esserci donna più emblematica di Medusa: la minaccia del suo fascino, il suo sesso libero, lo stupro che doma, la colpa che invade ciò che la violenza ha lasciato in tavola, e la tavola è sempre il suo corpo. Il corpo da cui ci siamo staccati, percependolo come estraneo, imbarazzante, vergognoso, ancora colpevole.

Medusa: colei che pietrifica chiunque osi guardarla negli occhi; colei dalla cui testa sgorga sangue velenoso e mortifero e sangue vivificante, in grado di resuscitare i morti; colei che uccide Atlante, l’uomo che regge il mondo.

Donna che rende pietra, donna invincibile, tant’è che anche un eroe come Perseo deve avvalersi di elementi divini per ucciderla, procurandosi calzari alati e mantelli dell’invisibilità. Una sola forza umana non può annientarla, non può ucciderla la sola eroica virilità.


Quindi no, non poteva esserci donna più emblematica, vittima più spiazzante. Una fanciulla violentata e mortificata con la mostruosità, per opera di una dea, Atena; la stessa dea che ha lasciato impunito il suo aggressore, facendo ricadere la colpa sulla vittima.
La Medusa di Garbati, una reietta, una vittima che porta la testa del suo assassino, di un uomo, di un eroe. Quella testa, che ha un significato specifico nella cultura greca: è la testa di un uomo, la testa di Zeus, quella da cui nasce Atena; una donna che nasce dalla testa di un uomo, che la pensa come vuole, la plasma sin dagli albori.

La strepitosa opera di Garbati colpisce dritto al punto nel suo messaggio rivoluzionario. Nel 1975 fu Heléne Cixous, pioniera degli studi di genere in Europa, a rileggere per la prima volta, sotto una lente femminista, il mito di Medusa, in un meraviglioso saggio la cui voce accorata scalda ancora oggi il cuore.
Addolorata e massacrata, quella che viene rappresentata come smorfia sulla faccia della Gorgone è in realtà un sorriso. Medusa continua a ridere, nonostante tutto. Perché è una donna ed è abituata alla mutilazione, all’umiliazione, al silenzio. Non si può depotenziare il femminino, nota Cixous, perché è un’essenza abituata alla mancanza, al decentramento: basti pensare al suo piacere sessuale, distribuito in maniera non omogenea sul corpo, non concentrato nell’unicità erogena del fallo.

Sessualità, corpo, innata capacità di adattamento alla mancanza, alla deprivazione, eppure instancabile desiderio di donare, desiderio di amare, desiderio di essere madre – madre metaforica – che infrange il dogma economico del dare – ricevere.
E allora no, non poteva esserci donna più emblematica.
E chi si erge a difensore dell’intoccabilità della cultura antica non si accorge così di depotenziarla, privarla del suo vitale immaginario produttivo, che va necessariamente reinterpretato.
E chi grida allo scandalo di fronte all’impattante violenza dell’immagine, di fronte a una presunta rivalsa matriarcale della donna guerriera e amazzone contro l’aguzzino uomo, chi si sente minacciato, non ha ancora davvero riconosciuto da che parte si trova la lama e continua, a volte ignaro, a puntarla contro la stessa vittima. Continua a decapitare Medusa.

“I do not deny that the effects of the past are still with us. But I refuse to strengthen them by repeating them, to confer upon them an irremovability the equivalent of destiny, to confuse the biological and the cultural. Anticipation is imperative.”
Heléne Cixous, The laugh of Medusa

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