La_vigna_rossa_Van_Gogh

di Graziana Troisi

È il 1889, Vincent Van Gogh viene invitato da Octave Maus a presentare dei suoi dipinti al Salone dei XX a Bruxelles. Ciascun artista ha a sua disposizione uno spazio di quattro metri. Vincent Van Gogh sceglie sei opere, specificando che probabilmente occuperanno uno spazio superiore ma che l’effetto d’insieme dato dai colori sarà interessante. I colori accesi, “drammatici”, soprattutto il giallo, il blu e il rosso, connotano questi dipinti realizzati nel periodo di soggiorno nell’assolata Arles, piccola cittadina costruita sul fiume Rodano, a nord della Camargue, nel cuore della Provenza. Ad Arles Van Gogh vive circa due anni, maturando il sogno, che resterà tale, di creare una comunità di liberi artisti nella cosiddetta “Casa gialla”. Questo è un periodo artisticamente molto fertile: Van Gogh realizza oltre trecento opere.

La Casa Gialla – V. Van Gogh – 1888

Nelle campagne di Arles, Van Gogh cammina, ogni giorno, per molte ore. Il suo è un cammino di ricerca, un muoversi nei “dintorni soleggiati di zolfo”, su sentieri più dell’anima che dello spazio, che si nutre di visioni e non di mete. Vincent è un “wanderer”, un viandante, un vagabondo dello spirito.

E il pellegrino chiede: “Questa strada è sempre in salita?”. E la risposta è: “Certo, fino alla fine, sii attento”. E di nuovo egli chiede: “E il mio viaggio dovrà durare tutta la giornata?”. E la risposta è: “Dal mattino, amico mio, fino a notte”. E il pellegrino allora prosegue, afflitto ma sempre lieto»

Estratto da un sermone di Vincent Van Gogh

Le sue tele sono una “comprensione” del paesaggio, nel senso etimologico della parola composta da cum con e prehendere prendere, afferrare e contenere pezzi di mondo, tenerli insieme, includerli nel mosaico interiore, mantenerli in durata, conservali in memoria.

Dar forma a una durata è l’esigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria. Ciò che è informe è inafferrabile, non memorizzabile.

Milan Kundera

Tra le opere presentate al Salone dei XX c’è “La Vigna Rossa”:

“Eh bien je dois aller travailler dans la vigne près de Mont Major. Elle est toute pourpré jaune vert sous le ciel bleu, un beau motif de couleur.” (Beh, devo andare a lavorare nella vigna vicino Mont Major. È tutta viola, gialla e verde sotto il cielo blu, una bella composizione di colori).

Così scrive il pittore all’amico Eugène Boch descrivendo l’idea che sarà poi fissata, appunto, nella tela La vigna Rossa. Quando la dipinge, la visione della vigna è già una “durata” fissata nella memoria. Vincent si trova, infatti, nel suo studio e le pennellate di colore che si rincorrono fluide e vigorose sulla tela, vanno a ricomporre un paesaggio visto, vissuto e ricordato: è la Natura vista attraverso un “temperamento”, ovvero la propria inclinazione e visione interiore.

La_vigna_rossa_Van_Gogh

È autunno, l’annata è stata molto piovosa e la vendemmia è stata ritardata. Il sole è basso e la giornata di lavoro si è allungata più del solito per approfittare degli ultimi raggi di sole. Il colore dominante è il rosso “vigneto rosso, tutto rosso come il vino rosso” scrive Vincent al fratello Theo. Le uve, infatti, sono a bacca rossa. Potrebbero essere Carignan o Grenache Noir.

L’autunno, nell’immaginario comune, è una stagione di passaggio, la sfavillante estate declina, l’inverno avanza con passo ineluttabile, e un velo umido di nostalgia si distende sui giorni. Eppure, in questo quadro, l’autunno è vivificato dai colori accessi del giallo “zolfo”, del rosso e delle sfumature di blu cobalto e, soprattutto, popolato da un’umanità industriosa e autentica. La strada che costeggia la vigna, ancora bagnata dalla pioggia trascorsa, è un gioco di riflessi che contribuisce a dare un’idea di fluidità e movimento. Le donne sono curve a raccogliere i grappoli dalle vigne basse e si scambiano appena una parola quando la necessità lo richiede.

È facilmente percepibile il trasporto di Vincent per questo popolo terrestre (basti pensare a tutti i ritratti dei contadini di Nuenen e alla tela sintesi di quegli anni “I Mangiatori di patate”). Influenzato dai pittori realisti e dal Naturalismo di Émile Zola, egli è attratto dall’idea di ritrarre la vita naturale, ma la pennellata frenetica, a tratti grossolana, gli stacchi cromatici, lasciano emergere l’inquietudine del suo spirito, una personalità scissa, permanentemente combattuta tra il bisogno di approvazione e la volontà di non rassegnarsi alle norme e ai dogmi della famiglia, della religione, della società borghese. Il dato naturalistico non è oggettivo ma espressione di una visione e di un conflitto interiore. Ed è questa la potenza delle opere di Van Gogh. Una potenza espressiva invero disturbante per i suoi contemporanei.


Vincent van Gogh, I mangiatori di patate – 1885; Otterlo, Kröller-Müller Museum

La vigna, più di ogni altro paesaggio, riesce a esemplificare il legame tra uomo e natura. La vite che produce grappoli di uva adatti per il vino è una pianta addomestica dall’uomo. Il coltivatore è un custode della vigna, le dà una forma attraverso il suo lavoro quotidiano. Nello stesso tempo è “formato” dalla vigna, perché ogni suo intervento non può prescindere dalla volontà della natura. La pianta ha un ciclo annuale, vegetativo e riproduttivo; le stagioni, la variabilità del clima, le componenti del suolo, la giacitura del vigneto, scandiscono un ritmo che il contadino deve rispettare e fare proprio. La terra gli appartiene come lui stesso appartiene alla terra. I grappoli maturi, dai quali si otterrà il vino, sono il frutto di questa reciproca appartenenza.

Il vino è il canto della terra verso il cielo. Ha i suoi tenori e i soprano, contadini – agricoltori se volete – e contadine che lavorano le vigne e ne vinificano le uve, con tutta la fatica, l’intelligenza e la passione che vigna e vino esigono.

Luigi Veronelli

La Vigna Rossa è l’unica opera di Vincent Van Gogh venduta mentre il pittore era ancora in vita. La tela venne acquistata per 400 franchi da Anna Boch. Anna era la sorella di Eugene, anche lei pittrice e unica donna invitata a far parte del Gruppo dei XX.


I fratelli Boch, anche grazie ai proventi della fiorente impresa familiare nel settore della ceramica (ancora oggi la Villeroy-Boch è un marchio importante) furono dei veri e propri mecenati; in particolare Anna che negli anni mise insieme una preziosa collezione. Dotata di grande sensibilità riuscì a cogliere, come pochi in quel tempo, il grande talento di Van Gogh.

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