L’opera di Garnier apposta in apertura rappresenta una scena di ambientazione medievale piuttosto comune nella cronaca storica e nell’arte figurativa, a partire dall’età rinascimentale. In ambito francese noto come “droit de seigneur”, “droit de cuissage”; nell’Italia dell’epoca e tuttora conosciuto con la dicitura latina “Ius primae noctis”: un signorotto locale è ritratto nell’atto di “prelevare” una giovane fanciulla dal proprio villaggio, vergine e fresca di nozze, allontanandola temporaneamente dal proprio sposo e dalla propria casa, in quanto esisteva un diritto – che è appunto il significato di ius – che gli garantiva la proprietà sulla verginità della ragazza, dunque il diritto di giacervi insieme, nella prima notte di nozze, e il giorno dopo riconsegnarla allo sposo. Un’aberrante consuetudine legislativa che legava sesso e potere, in nome della quale qualsiasi signore, in virtù della dipendenza dei coloni nei suoi confronti, poteva godere dell’illibatezza di tutte le fanciulle, senza commettere nessun tipo di sopruso, in quanto era la legge stessa a sancire questa usanza.

Il tema dello ius primae noctis è un motore immaginifico estremamente forte, che sa restituirci l’idea di una società in cui la sopraffazione godeva addirittura di una legittimazione giuridica. Se il rapporto tra contadini e padroni nell’età della curtis e dell’incastellamento è oggetto di numerose indagini storiografiche, quello dello Ius riscontra una grande diffusione soprattutto nel mondo delle arti, spaziando dalla letteratura, al cinema e alle arti figurative.

Garnier non fu sicuramente l’unico a rappresentarlo in una tela; molti artisti, in epoca rinascimentale, lo elessero a soggetto storico prediletto, colpiti dalla dinamica di sfruttamento e disuguaglianza in atto tra i contadini medievali e i propri padroni, sicuramente cara alla sensibilità ideologica dei moti risorgimentali.

V. D. Polenov, Le droit du Seigneur (1874)
(fonte: Wikipedia)

In letteratura emerge l’esempio illustre del drammaturgo francese Beumarchais, il noto autore della trilogia di Figaro. È proprio intorno allo ius primae noctis, che intralcia le nozze tra la bella Susanna e il protagonista Figaro, che si costruisce la trama della seconda opera della trilogia, nota appunto come “Le nozze di Figaro”. I due giovani sposi tenteranno, attraverso sotterfugi e vie traverse, di evitare l’antiquato e oltraggioso diritto del signore, coronando il proprio amore. L’opera fu in seguito musicata da Mozart, che la rese un classico della letteratura teatrale europea, in quanto il soggetto amoroso costituiva un ottimo sollazzo per le platee aristocratiche settecentesche.

Ma il successo del tema dello Ius si sposta dalla cultura “alta” a quella “subalterna”, inserendosi nelle celebrazioni folkloriche delle feste carnascialesche. È noto che il Carnevale, in quanto momento tipico della cultura contadina e suburbana, rappresenti il capovolgimento, il doppio, il caos in tutte le sue forme, soprattutto sociali, sessuali e politiche. Questo caos momentaneamente istituzionalizzato ha il compito di esasperare gli animi disordinati e ribelli, per poi restaurare l’ordine della normalità, una volta finita la festa ed epurate queste tendenze pericolose. Nel Carnevale di Ivrea ritroviamo la figura della bella mugnaia Violetta, una popolana coraggiosa che, ribellandosi allo ius primae noctis, nella notte in cui avrebbe perso la propria verginità col conte locale, lo uccise dopo averlo fatto ubriacare. Violetta diede così inizio alla ribellione dei contadini contro i potenti, instaurando un’epoca più giusta. Ed è questo momento di sconfitta della tirannide che il Carnevale piemontese, a distanza di secoli, celebra orgogliosamente.

Un carro del Carnevale di Ivrea che porta la mugnaia “Violetta”, simbolo della festa
(fonte: Wikipedia)

Un ultimo esempio in questa lunga carrellata. Molti di voi conosceranno il kolossal Braveheart, che racconta la gloriosa storia dell’eroe nazionale scozzese William Wallace e di come il ribelle, sconfiggendo le forze dell’esercito reale inglese, restituisca l’indipendenza e la libertà al suo popolo. Sicuramente risulta chiaro come l’industria editoriale del romanzo storico e dei successi hollywoodiani su grande schermo tenda ad abbellire la storia, esasperandone alcuni aspetti fortemente patetici, per renderla fruibile a un largo pubblico ma anche per un gusto da cui nemmeno autorevoli storici furono immuni. Nel caso di Braveheart, tra i soprusi a cui gli Inglesi sottoponevano gli Scozzesi figura, come motore della ribellione, proprio il diritto del re a godere delle fanciulle vergini nella prima notte di nozze. Rivediamo l’estratto dal film:

Fanciulle deflorate e signori prepotenti, sesso come ancella del potere politico, donne come merce di scambio: il tutto in una cornice storica ormai ben integrata con questa forma di narrazioni, il Medioevo. Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così? È davvero esistito lo ius primae noctis? O meglio: è esistito nella forma di un diritto legislativo?

Gli storici sono ormai concordi nel sostenere che si tratti di un grosso falso storico, enfatizzato da giuristi e intellettuali delle epoche successive proprio in virtù della sua forte narratività: l’idea di una fanciulla abusata, di una coppia felice spezzata, la presenza di un villain magari ricco e potente e della giustizia alla fine trionfante è effettivamente una storia che si presta ad un colorito racconto romanzato. Ogni riferimento ai Promessi sposi è puramente casuale.

Ricostruire il percorso di un mito e le sue manipolazioni è sempre un esercizio che deve tener conto di numerosi fattori: l’epoca storica in cui è stato rimaneggiato, i soggetti, le motivazioni (spesso politiche ed ideologiche). Nel caso delle ius primae noctis, è accertata l’assenza, nei codici civili medievali e nelle documentazioni dei processi, di qualsiasi riferimento esplicito a un diritto sessuale di un padrone sulle proprie suddite vergini. È invece diffusissima la presenza di una tassa in denaro sul matrimonio, che il signore poteva imporre a tutti i propri dipendenti. Quando un uomo o una donna del proprio demanio si sposavano con contadini di altri contadi, egli perdeva un’unità, dunque forza lavoro. Per tale motivo, pretendeva di essere risarcito in moneta. Ora, questa tassa assumeva dei nomi diversi a seconda delle legislazioni locali. Quando i giuristi rinascimentali si ritrovarono ad analizzare questa fantasiosa nomenclatura giuridica, non furono più in grado di interpretarli, essendo scomparso tutto il contesto medievale che faceva da supporto a quell’apparato di leggi. Fu lì che la questione assunse una piega, per così dire, scabrosa: si presuppose che dietro alla tassa in denaro ci fosse una prestazione in natura, dunque l’invenzione dello ius primae noctis.

È tuttavia molto possibile che spesso i contadini, non potendo coprire l’ammontare della tassa – che doveva essere onerosa – offrissero un pagamento “in natura”, presentando le proprie figlie al signore locale. Questa ipotesi pure pare essere accennata da alcuni antichi fabliaux. È però ben diverso dal dire che tale consuetudine, frutto di una dinamica di disparità e potere, fosse una legge.

Confusioni filologiche e fraintendimenti storici sono dunque alla base di questo mito. Ma non è tutto: si era detto di domandarci chi vuole rimaneggiare una storia e perché. Il malinteso nasce alla fine del Medioevo e il mito viene alimentato sin nell’Ottocento, per poi trapassare ai giorni nostri, sugli schermi dei cinema. È chiaro che gli eruditi rinascimentali, volendo gloriosamente esaltare la propria epoca e le conquiste intellettuali raggiunte, tesero a screditare il passato medievale, attribuendogli storture spesso frutto di una totale invenzione. Lo ius primae noctis è parte di questo processo.

Il suo successo è tale che proprio una vicenda di sopraffazione, e successiva sconfitta del padrone approfittatore di fanciulle, è alla base dei miti di fondazione di molte città italiane, soprattutto in ambito piemontese. È il caso di Cuneo, Asti, Alessandria. In epoca risorgimentale questi miti riscossero successo e vennero enfatizzati anche nelle celebrazioni popolari e nelle cronache locali.

Lo ius primae noctis, allora, si dimostra un abile espediente narrativo in grado di formare il passato, raccontarlo come sbagliato e lontano, alla luce di un presente restaurato e libero. È un’età dell’oro al contrario, uno stigma che colpisce molto spesso i secoli medievali. Tuttavia, se l’invenzione storica conosce alti e bassi, rimaneggiamenti e intromissioni spesso frutto di esigenze tutte presenti, una costante è la partita che si gioca sulle donne, concepite spesso come merce. Del contadino, in quanto l’onore della moglie/figlia è l’unica ricchezza; del padrone, in quanto il divertimento e la ricchezza si esprime e ha bisogno di manifestarsi sui corpi delle proprie suddite, che devono essere alla mercé dei suoi desideri. Ma di questo parleremo presto, su questi schermi.

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