di Graziana Troisi

“Vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora”

William Blake


Cosa vediamo quando osserviamo un oggetto, una persona, un albero, il mare o semplicemente un punto lontano all’orizzonte?

Se ponessimo un oggetto di fronte a dieci persone diverse chiedendo loro di descriverlo, probabilmente ciascuna ne darebbe una descrizione differente, mettendone in risalto una caratteristica piuttosto che un’altra. Qualcuno sarebbe pragmatico e sistematico, qualcun altro fantasioso, ad uno ricorderebbe un periodo della sua vita, un altro si concentrerebbe sulla sua funzione, e così via.


E se una di queste persone fosse un pittore e nel palmo della mano avesse un pennello? Gli artisti ci hanno dimostrato che la percezione del mondo è soggettiva e che lo stesso oggetto viene “visto” e rappresentato in tanti modi diversi.


Nel 1928 René Magritte realizza un’opera chiamata “Il tradimento delle immagini”: dipinge una pipa e aggiunge una didascalia “Ceci n’est pas une pipe” (questa non è una pipa). La rappresentazione di un oggetto e, per estensione, della realtà non è la realtà. Lo stesso Magritte afferma: «Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa».

Esiste una distanza tra la realtà e il segno (o sistema di segni) che la rappresenta. Questa distanza può essere il “non-luogo” dell’incomprensione ma anche della possibilità, in ogni caso è lo spazio della creazione e del confronto.

In linguistica il silenzio è l’errore, ovvero l’insieme delle possibilità alternative e inespresse del linguaggio codificato. L’artista riesce ad afferrare pezzi di silenzio e a dargli forma, immagine o voce. L’inesistente si rivela come possibilità; l’errore diventa un’alternativa al giudizio; la creazione è divertimento, ovvero trasgressione dalla norma, divergenza.

Quando pensiamo al vino, spesso lo immaginiamo in una bottiglia. La bottiglia è il contenitore materiale di un elemento immateriale, perché il vino è prima di ogni altra cosa racconto; traduzione liquida di un paesaggio, a volte di una storia familiare, sempre di una visione umana del territorio e del lavoro.

Luigi Veronelli, padre della enogastronomia moderna, scrisse: “Il vino è un valore reale che ci dà l’irreale”, una frase che avvicina molto il vino al mondo dell’arte.

In un quadro del 1924, “La bottiglia di vino”, Joan Mirò inserisce una bottiglia di vino, l’oggetto reale, in un contesto surreale.

La bottiglia di vino - J. Mirò (1924)
La bottiglia di vino – J. Mirò (1924)

La bottiglia è sospesa in uno spazio popolato da creature zoomorfe, elementi rurali; uno stano insetto volante, un rettile, un uccello in lontananza. Una pittura immaginifica dove frammenti di realtà si trasformano, fluttuano in aria, si irradiano in linee e sfumature di colore. Due lettere sull’etichetta della bottiglia attirano l’attenzione: “Vi”. La parola francese per vino è vin e quella n mancante potrebbe rappresentare proprio la componente immateriale racchiusa in una bottiglia. Il vino è una soluzione idroalcolica che contiene oltre 300 sostanze, alcune già contenute nel mosto, altre che si trasformano e si sviluppano durante la fermentazione. Anche in bottiglia il vino continua a mutare e ad evolversi, mettendosi in relazione con il tempo. È questa potenza creativa che liberiamo quando stappiamo una bottiglia, e con essa ci mettiamo in gioco degustando il vino. Mirò sembra cogliere questa energia, tanto che “Vi” potrebbe anche essere la Vis latina (forza, energia) o stare per Vis che sempre in francese significa vita (sostantivo e verbo).

Anche Magritte sceglie come soggetto di molti suoi quadri la bottiglia di vino. Le linee sono essenziali ma l’inserimento di un elemento inconsueto ci destabilizza: è il mistero insito nel quotidiano, a volte inquietudine, altre volte evasione.

Il vino è condivisione e convivialità ma c’è anche un vino della solitudine e del silenzio. È il vino di Edward Hopper: una bottiglia della tipologia renana, snella, liscia, anonima e, a fianco, un piccolo calice. Ci sono luce e silenzio, lievi ombre e un riflesso di attesa.

Still Life, Edward Hopper (1899).

La comprensione della realtà attraverso la scomposizione e l’analisi della “forma” è una delle operazioni che compie Picasso in alcune sue opere. La bottiglia di vino viene destrutturata nelle sue componenti, è puro significante portatore di un contenuto nuovo che si realizza sulla tela. Allo stesso modo il degustatore scompone il vino nelle sue componenti, ne analizza le diverse dimensioni coinvolgendo vista, olfatto e gusto, lo attende nel ritorno gusto-olfattivo e infine ne ricompone il senso e il tessuto.

Bottiglia e bicchiere di vino su una tavola, Pablo Picasso (1912)

Una bottiglia su un tavolo è significativa quanto un dipinto religioso.

Pablo Picasso

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