Sull’imponente volta affrescata della Cappella Sistina, Michelangelo dipinse la serie delle “Veggenti”, raffigurante le Sibille dell’antica mitologia pagana in veste di profetesse, affiancate dalla controparte maschile dei profeti biblici. È interessante notare che quella che Michelangelo compie è una rivisitazione, in chiave cristiana e rinascimentale, della figura della Sibilla. L’artista rappresenta infatti delle donne giovani, o comunque di bell’aspetto, con vesti tipicamente rinascimentali, nell’atto di leggere dei papiri – aiutate dalla presenza di graziosi putti – su cui sono contenuti i vaticini che si apprestano a recitare.  

Qual è la verità che si cela dietro l’idealizzata rappresentazione michelangiolesca? Sebbene sia necessario porre una premessa sulla difficoltà di scindere, nel caso delle Sibille, il mondo del mito da quello della storia, trattandosi di figure estremamente enigmatiche, proveremo a ripercorrerne le caratteristiche nella storia della loro rappresentazione.

L’eco della storia delle sibille risuona, forse nascostamente, anche nella nostra lingua quotidiana: l’aggettivo “sibillino” individua qualsiasi episodio, atteggiamento o discorso la cui ricezione non appare immediata, ma necessita di un’interpretazione accurata e si presta a molteplici letture. E infatti le sibille erano anticamente legate a un oracolo, quello di Apollo, essendone le sacerdotesse e il tramite diretto della parola del dio.

Si tratta di una tradizione greco-romana che trae le sue origini nelle religioni orientali, il cui pantheon ruotava spesso intorno a una Grande Madre, simbolo della fertilità della terra e della fecondità umana. Dunque un archetipico principio virginale – androgino, rispetto a cui è stata spesso presupposta l’ombra di un antico matriarcato. Le sibille – sacerdotesse erano le dirette interpreti di questa tradizione. È bene chiarirlo subito, a scanso di equivoci: di Sibilla non ne esisteva soltanto una e alcuni eruditi latini, come Varrone, ne hanno addirittura tratto un elenco fisso; del resto, anche la letteratura antica ci offre diversi esempi, localizzando queste profetesse sorelle in diversi punti del mondo antico. Omero ci parla di una Sibilla che avrebbe predetto la guerra di Troia; Didone, la regina di Cartagine, sarebbe anch’essa stata identificata con la Sibilla libica; famosissima anche la Sibilla di Delfi, la “sposa” del dio Apollo; infine, la nostrana sibilla cumana, localizzata sulle sponde campane, che avrebbe aperto ad Enea l’accesso al mondo degli inferi, predicendo le future sventure del popolo romano; e Michelangelo ne rappresenta altrettante.

Si tratta dunque di una tradizione molto radicata nel mondo antico che, sulla scia delle influenze orientali, ricrea queste figure di profetesse sotto l’influenza maschile di un dio. Il comune denominatore di queste donne misteriose è il prodigio nefasto che annunciano a colui che si reca a consultare il proprio oracolo. Le sibille, al contrario del dio, predicono sempre morte e distruzione, o una futura rinascita felice che deve comunque passare per una tabula rasa di tutto ciò che esiste.

Ma sono molte altre le caratteristiche che spesso la letteratura ha celato o ingentilito dietro la rappresentazione della Sibilla. Abbiamo visto come Michelangelo abbia dipinto giovani donne eleganti: in realtà le fonti ci parlano di donne estremamente longeve, alcune immortali, ma soggette al deperimento, perennemente vecchie, rappresentando uno dei pochi esempi di donne “brutte” nella mitologia antica. Si racconta infatti che la sibilla delfica, invitata da Apollo ad esprimere un desiderio, avesse domandato al dio l’immortalità, dimenticandosi però di richiedere l’eterna giovinezza. È per questo che, in maniera amaramente umoristica, nel Satyricon Petronio dipinge una sibilla tutta diversa, che non vede l’ora di morire. Riportiamo l’estratto emblematico:

«Infatti ho visto la Sibilla con i miei occhi, a Cuma, pendere in un’ampolla, e quando quei ragazzi le chiedevano: “Sibilla, cosa desideri?”, ella rispondeva: “Morire”».

 Se la Sibilla petroniana desidera morire non è certo solo per il peso dei suoi anni. Un altro mito da sfatare è infatti relativo alla natura del loro invasamento: nelle fonti si parla spesso di una possessione divina in cui la sacerdotessa si fa tutt’uno col dio, che si appropria del suo corpo per esprimere il vaticinio. È chiaro che questo atto – che spesso in greco viene designato come enthusiasmòs – è una versione edulcorata del mito per raccontare quello che era un vero e proprio stupro, ai danni della donna, da parte del dio.

Una tradizionale violenza sessuale maschile, sui corpi delle donne, perfettamente normale nello spazio religioso antico. E il paradigma è particolarmente evidente nella storia della Sibilla Cumana, la cui importanza ha finito per creare un sincretismo di storie che ha intrecciato l’identità di tutte le altre profetesse, fondendole nella sua figura. Si narra infatti che la donna avesse espresso un netto rifiuto alle proposte sessuali del dio che, per ripicca, tornava a violentarla ogni volta. L’aneddoto mette in evidenza il fortissimo senso attribuito alla verginità nel mondo di queste sacerdotesse, dove questo valore appare come un rifiuto del sesso maschile e della violenza di cui esso è portatore, che si ripercuote, simbolicamente, nei destini oscuri che esse profetizzano.

La condanna alla vecchiaia e alla violenza è il peso che grava sulle spalle delle Sibille, che appaiono dunque portatrici di una forza oscura primordiale, un femminile ancestrale: è per questo che i loro templi sono localizzati nelle viscere della terra, nei pressi di acque sulfuree, crateri della terra, a contatto con il mondo dei morti e le potenze sotterranee.

La possessione divina pareva infatti stimolata anche dall’esalazione di gas e dal consumo di erbe allucinogene. Le profezie della Sibilla Cumana erano altresì indotte dalla masticazione delle foglie di alloro, pianta sacra legata ad Apollo; la Pizia di Delfi, anch’essa sacerdotessa di Apollo, vaticinava seduta sul tripode, stimolando uno stato di trance causato dal contatto prolungato con i gas sotterranei.

John Collier, La sacerdotessa di Delfi, 1891

Morte, distruzione, violenza e stati allucinogeni: è il mondo mistico che caratterizza queste donne, simboli di abusi subiti  che si collocano ai limiti della religione antica. Tra umano e divino, donna e uomo, debolezza e ribellione: un antico sostrato femminile in un culto poi bollato come maschile, riordinato dall’azione di un dio perfettamente ‘lineare’, reinserito nel dominio della cultura patriarcale antica. Un mondo affascinante, la cui corretta analisi ci induce a riconsiderare in chiave critica il radicamento di alcuni pregiudizi della nostra società, mostrandoci come la cultura punitiva dello stupro abbia antichissime radici antropologiche.

Il tutto, ci piace pensare, timidamente accennato dal ghigno sofferto della Sibilla Delfica di Michelangelo: come un antico grido disperso sulle foglie, che attende ancora di essere interpretato.

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