A chiunque sarà capitato di vedere l’immagine del celebre tondo conservato presso il Museo Archeologico di Napoli e noto con la definizione “Ritratto di Saffo”. Tuttavia, siamo di fronte a una raffigurazione immaginaria della poetessa greca, risalente al I secolo d.C. e ritrovato nelle stanze di Pompei.

Se l’immagine con cui siamo di consueto abituati a pensare a Saffo rappresenta in realtà un falso – o meglio, un’idea, una fantasia –, sarà sorprendente notare che sono molte le errate convinzioni che nel corso della storia sono state elaborate sulla celebre poetessa, rendendola un emblematico caso di idealizzazione e/o fraintendimento del mondo antico. Ma andiamo con ordine.

Tornando al ritratto pompeiano, attraverso un confronto con altre opere contemporanee, si può intuire che si tratti del modello rappresentativo della docta puella: una fanciulla di nobile famiglia si fa rappresentare nelle vesti di una studentessa e con in mano gli strumenti del mestiere, uno stilo e un supporto scrittorio. La posa era funzionale all’esaltazione della cultura della donna, nonché dell’eleganza che trapela dal suo sguardo, della raffinatezza dei suoi modi e – non per ultimo – dell’agiatezza della sua condizione sociale ed economica. Si tratta dunque di un chiaro segno distintivo, un marchio di classe di un’élite – quella delle matrone romane del primo impero – che, influenzata dal modello culturale greco – orientale, sceglie di farsi rappresentare secondo nuovi parametri. E – probabilmente non a caso – avranno scelto come modello fondante la poetessa Saffo, tra le poche voci femminili della poesia greca, già per le donne romane modello di emancipazione e libertà, “eroina culturale”.

Il mito di Saffo e la sua costruzione è dunque un fenomeno antichissimo. Perché questa figura è così carica di significati e aspettative, nel mondo antico come in quello contemporaneo? È doveroso ripercorrere le numerose le interpretazioni che aleggiano intorno alla misteriosa poetessa antica: secondo alcuni, prima lesbica della storia occidentale, a capo di una paradisiaca – per la borbottante e un po’ di parte filologia maschile – “scuola per lesbiche”; o, al contrario, follemente innamorata del riluttante Faone, per il cui amore si sarebbe gettata da una rupe, secondo una credenza che fa capo ad Aristofane e che approda sino ai Canti leopardiani. Insomma, tra emblema dell’omosessualità e dell’eterosessualità, fino alla totale invenzione del suo volto, la figura di Saffo pare non trovar pace.

Basti pensare che il fascino ingannevole della poetessa è ancora vivo nel nostro linguaggio quotidiano: la parola “saffico”, nelle espressioni “arte saffica”, “rapporto saffico”, rimanda chiaramente a un rapporto omosessuale femminile; e, forse per alcuni meno noto, l’origine stessa della parola “lesbica” è in diretto contatto con il mondo di Saffo: Lesbo è l’isola dell’Egeo dove Saffo ha vissuto – tra VII e VI secolo – ed esercitato il suo sacerdozio.

Già, perché ciò che spesso viene tralasciato del mondo antico è la propria cornice rituale, nonché la “professione” all’interno della quale la poesia di Saffo si inseriva. Tutte le pratiche sociali si inseriscono in una cornice religiosa in cui letteratura, arte e politica trovano la propria collocazione. Anzi, è proprio la religione il collante di tutte queste attività, per mezzo delle quali educa i cittadini. E alla luce di questo ordinamento, la scuola di Saffo – che d’ora in avanti chiameremo col proprio nome, ovvero tiaso – non è uno spazio erotico di sollazzo per giovani fanciulle non sposate, né tanto meno luogo della ‘protesta’ femminile contro il sesso maschile. Si tratta di una formazione per giovani donne altolocate in vista del matrimonio, all’interno di uno spazio sacro dedicato alla dea – del matrimonio, non a caso – Afrodite, e guidato da una pedagoga adulta ed esperta nelle arti femminili, proprio come Saffo. All’interno del tiaso la permanenza delle fanciulle poteva prolungarsi per anni, fino al giorno dell’addio, quando la giovane donna salutava le compagne e raggiungeva la casa dello sposo, ormai pronta al grande passo. La formazione al matrimonio eterosessuale avveniva attraverso il rapporto omosessuale, ed è in questa cornice rituale, pedagogica e sacrale che si inserisce l’omosessualità femminile tra Saffo e le sue alunne, nonché nell’antica Grecia tout court. L’apprendistato delle fanciulle, dunque, consisteva non solo nelle arti poetiche, musicali e lettararie, ma anche in quelle erotiche. Il lesbismo del tiaso era dunque una fase di transizione verso il riordinamento sociale e politico dei ruoli, compiuto attraverso il matrimonio e la vita adulta.

Rappresentazione di una scena del tiaso: la docente legge una poesia, le allieve intorno la accompagnano con strumenti musicali e danze.
Vaso attico di fine V secolo.

È poi ovvio che questi rapporti tra docente e discente non assumevano una connotazione freddamente professionale: testimonianza preziosa e sublime ne sono gli splendidi versi di Saffo, tra le più belle manifestazioni poetiche della storia occidentale. In essi la poetessa riflette il suo dolore, la nostalgia verso un’allieva, la celebrazione dell’amore dei sensi. Vale la pena riportarne delle testimonianze.

«Pari agli dèi mi appare lui, quell’uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso

accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,

ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi rimbombano
forte le orecchie,

e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell’erba, e sento che non è lontana
per me la morte.

[…] fr. 31 Voigt, noto comunemente come “Ode della gelosia”.

Per la prima volta nella storia occidentale siamo di fronte a una rappresentazione tutta fisiologica e corporea dell’amore, dei turbamenti della gelosia che colgono la maestra Saffo alla vista di una sua allieva in compagnia di un uomo. È chiaro che oggigiorno la lettura di questi versi porti a “idealizzare” in chiave romantica queste composizioni, con la mania tutta storica del dover per forza trovare un inizio dei fenomeni. Basterebbe semplicemente coglierne l’estrema naturalezza, senza voler “giustificare” l’omosessualità femminile trovando un antico modello legittimante. Basterebbe – traendo stavolta davvero una lezione da Saffo – trattare questi versi come la celebrazione dell’amore tra due persone, ricordandoci che non abbiamo bisogno di una “certezza storica” per riconoscere la fondatezza di un diritto altrui. Riconsiderare sotto questa corretta lettura l’omosessualità nel mondo antico può sicuramente aiutarci a non piegare la storia alle nostre esigenze, stravolgendola, e a non aver bisogno del passato per tollerare meglio il presente. Prendiamo Saffo per quello che effettivamente è:  da un lato, una poetessa di cui conosciamo molto meno di ciò che in realtà crediamo, probabilmente non unica – nella materia del suo canto – ma parte di una tradizione culturale e poetica propria dell’isola di Lesbo; dall’altro, maestra e fondatrice della poesia erotica, introspettiva, soggettiva e, innegabilmente, parte di una società in cui i nostri proibitori e moraleggianti tabù erano lo zoccolo duro di un sistema educativo meno sessofobico e binario del nostro.

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