Stickers, bandiere, adesivi, t-shirt, cartelloni pubblicitari. Pensateci: quella di Che Guevara è tra le icone più famose al mondo. La sua strabiliante diffusione non connota più soltanto un determinato clima politico di rivolta, fortemente schierato e militante, come era negli anni ’60, quando l’eco della Rivoluzione cubana investiva tutta l’America latina e si propagava nella giovane ondata ribelle dell’Europa sessantottina. Ad oggi quell’immagine grafica è parte della cultura di massa, oggetto di riproduzioni spesso totalmente svincolate dal contesto politico e storico di cui quel personaggio, ormai disumanizzato e “iconicizzato”, era il protagonista.

Il famoso Che Guevara icona pop di Andy Warhol

Si tratta di un caso emblematico di risemantizzazione, in cui il soggetto – alienato dal proprio vissuto – diviene simbolo di lotte e battaglie sparse in tutto il mondo. Questa appropriazione culturale subisce diverse declinazioni storiche, spesso totalmente difformi rispetto ai valori civili rappresentati dalla figura del Che. Se il messaggio rivoluzionario del medico argentino viene risimbolizzato e riadattato nelle battaglie civili dell’Africa e dell’Asia, dove assurge a simbolo di lotta per la liberazione dall’oppressione politica e dittatoriale, è doveroso notare un’altra direzione che prende il “riciclo” della sua immagine: quella della commercializzazione, del profitto, della produzione in serie. Un eroe dei nostri tempi diventa strumento di quella stessa società capitalistica che ha combattuto, finendo per essere il soggetto prediletto del merchandising di brand commerciali, di cartelloni pubblicitari e, nel peggiore dei casi, di riutilizzi in chiave ironica e dissacrante della sua figura.

Per analizzare i tortuosi sentieri che il Che ha attraversato, nel diventare icona, è utile interrogarci sull’origine della popolarità della sua grafica. La famosissima immagine che lo ritrae su uno sfondo rosso è un’idea dell’artista irlandese Jim Fitzpatrick, il quale realizzò per primo la riproduzione grafica di una foto del Che risalente al 1960. Fitzpatrick a sua volta, infatti, riciclò il ritratto che Alberto Korda – fotografo ufficiale di Fidel Castro – realizzò di Che Guevara, immortalandolo con gli occhi al cielo e un’espressione grave, austera. Siamo nel 1960 e il Che stava presenziando, in qualità di rappresentante del governo cubano, a dei funerali di Stato. L’immagine fu diffusa su quotidiani cubani e non oltrepassò comunque il confine latino-americano. Fu l’incontro tra Alberto Korda e Giangiacomo Feltrinelli a consacrare la foto alla popolarità mondiale. L’editore italiano, durante un viaggio a Cuba, si imbatté quasi per caso – in un incontro con il fotografo Korda – nel ritratto del Che. Dopo aver visto la foto, chiese all’autore di comprarla. Korda gliene regalò due copie, non chiedendo in cambio denaro, né preoccupandosi dei diritti. Fu Feltrinelli, una volta tornato in Italia, a diffondere la foto che fu immediatamente simbolo del clima rivoluzionario italiano degli anni ’60. Una serie di occasioni, casualità, regali e atti di generosità artistica hanno portato dunque l’immagine in tutto il mondo.

La foto del rullino di Korda da cui il culto dell’immagine del Che nacque, la famosa “Guerrillhero heroico”

Intorno ad un’immagine, si sa, si sviluppa sempre una sorta di culto laico. Se già nel Medioevo si parlava di iconoclastia – e sappiamo quanto la questione fosse solo in superficie un discorso dottrinale, nascondendo forti argomentazioni politiche – è evidente che da sempre le immagini sono in grado di influenzare e scrivere i valori di una cultura. In molti paesi dell’America latina, specie in Bolivia, dove il Che fu assassinato dalle autorità militari, la sua figura è stata divinizzata e tutt’oggi i luoghi della sua vita sono oggetto di culto. Esistono percorsi di trekking che ripropongono le tappe della sua guerriglia, come una via crucis della rivoluzione, luoghi di culto a cui i suoi ‘fedeli’ possono dedicare offerte, venerarne le reliquie. Non di rado ha subito delle interpretazioni in chiave cristologica, soprattutto in relazione alla famosa foto che lo ritrae, cadavere, circondato dai militari boliviani e che per molti versi, come è stato scritto, ricorda il Cristo velato di Andrea Mantegna.

Se dunque nei paesi della sua rivoluzione è ancora fortemente presente questa venerazione in chiave religiosa, scorrendo il mappamondo i destini che la sua immagine ha subito appaiono più fortemente influenzati dalla legge del Capitale. Come se silenziosamente, negli anni, colui che ha rappresentato un potenziale nemico della civiltà dei consumi, in virtù dell’ampia fetta di popolazione che ne proclama il valore, fosse stato reso inoffensivo, trasformato in merce, per neutralizzarlo. Paradossalmente, la sua estrema popolarità ha contribuito a depotenziare la portata rivoluzionaria del messaggio, rendendolo uno fra tanti, icona tra le icone. Ad oggi si può comprare una maglietta di Che Guevara, un accendino, un poster: la sua risimbolizzazione è totalmente neutrale nei confronti del personaggio storico che, nella cultura di massa, diventa simbolo innocuo e aproblematico, la cui visione non porta più a interrogarci e ad informarci, rendendo onore alla sua causa. L’estrema familiarità con cui il mondo occidentale ha trattato l’immagine di un eroe moderno ha espropriato la causa del Che della sua forte attualità, rendendola monumento storico. Caso di appropriazione culturale? Strategia nascosta della società dei consumi? Le spiegazioni che abbiamo dipanato sono solo in parte sufficienti.

In America latina sono ormai molti i movimenti che si battono contro la commercializzazione dell’immagine di Ernesto Guevara, ritenendo questa pratica estremamente offensiva nei confronti della memoria storica di un politico rivoluzionario e impareggiabile. Allo stesso modo, si contrasta un “turismo del Che”, che è spesso attrattiva social depoliticizzata e decontestualizzata, sotto la dittatura del “like”.

Le popolazioni direttamente toccate dalle sue gesta mostrano dunque spesso l’altra faccia della medaglia, il pericolo che si è generato da un’operazione di diffusione di massa. Al contempo, dall’altro lato della strada, pullula di turisti emozionati il negozietto di gadgets, i cui commessi fieramente invitano a provare il famoso berretto con la stella gialla. E in effetti è proprio un bel modello.

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