Chiusi in tutta Italia musei, cinema, teatri, parchi archeologici, archivi e biblioteche.

Queste le nuove misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica CODIV -19 adottate dalla Presidenza del Consiglio a partire dall’8 Marzo 2020.  

Ma perché rinunciare all’arte? 

Oggi vogliamo raccontarvi la storia di Maria Altmann e del recupero di uno delle più famose opere di Gustav Klimt, “Il Ritratto di Adele Bloch-Bauer”. 

Quando ci troviamo davanti ad un dipinto sono tante le domande che possiamo farci. 

Cosa rappresenta? Chi è l’artista che lo ha dipinto? Cosa vuole trasmetterci con quest’opera? 

Spesso non pensiamo che un quadro ha una sua storia e che oltre a ciò che rappresenta, ci racconta qualcosa di più grande e complesso.  È il caso del celebre ritratto di Gustav Klimt, rubato dai nazisti e di proprietà di Maria Altmann che ha fatto di tutto per riaverlo indietro. 

La nostra storia inizia con lo sguardo di una bambina. Non è uno sguardo qualunque. Ha gli occhi spalancati, in un’espressione di vero stupore. Questa bambina è Maria Altmann.

Di fronte a lei c’è una donna elegante, bellissima. È sua zia, Adele Bloch-Bauer, che le ha appena messo in mano una collana d’oro tempestata di pietre preziose. 

 Quella che la bambina stringe tra le mani è la collana che la zia indossa in un ritratto realizzato, qualche anno prima, da Gustav Klimt. 

 Vienna, primi anni del ‘900. Intellettuali come S. Freud, G. Klimt, E. Schiele danno voce alla crisi di questa città con opere che segneranno tutto il XX secolo.

È in questo clima di decadenza che inizia la storia dei Bloch-Bauer, una famiglia ebrea molto importante. 

Adele, giovane moglie dell’imprenditore Ferdinand Bloch-Bauer, è solita tenere feste a cui partecipano i principali intellettuali e artisti dell’epoca. Sua nipote Maria la definisce “una donna moderna che viveva nel mondo di ieri”. Anche il marito la pensa così e dichiara essere “una delle poche donne a non aver paura a fumare in pubblico”.

Ma Adele è anche qualcosa di straordinariamente intrigante. È la musa ispiratrice di Gustav Klimt. È il 1903 quando commissiona all’artista un ritratto.   

 Nel quadro Adele ha le mani intrecciate, il corpo e lo sfondo bidimensionale. La donna ha un’aria misteriosa, sospesa, malinconica. Ci guarda da una posizione ieratica, come fosse una Madonna in trono con un volto etereo ed estremamente sensuale.

Nel 1907 Klimt finisce il dipinto, esposto poi nella casa di Adele Bloch-Bauer. È lì che lo vede per la prima volta la piccola Maria che ne resta affascinata. Un dipinto così diverso da quelli a cui era abituata, con tutto quell’oro sfavillante che fa quasi male agli occhi. 

Qualche anno dopo Adele muore di meningite. Poco prima la donna chiede a Ferdinand di custodire i dipinti e, una volta morto, di donare tutte le opere di G. Klimt (compreso il Ritratto) alla Galleria del Belvedere. 

Tra la morte di Adele e quella di suo marito però avviene qualcosa che nessuno poteva prevedere. Nel 1938 l’Austria viene annessa alla Germania nazista. A Vienna si respira un clima di terrore. Gli ebrei sono perseguitati. La spoliazione dei beni degli ebrei fu sistematica e metodica. Tra le vittime anche la famiglia di Ferdinand Bloch-Bauer che vede sottrarsi oltre che la dignità anche ogni bene, compreso il celebre “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”. 

 Il quadro è uno dei tesori artistici più preziosi trafugati dai nazisti. L’opera cambia nome in “The Woman in gold” per nascondere l’origine ebraica di Adele, evidente dal suo cognome. 

Ferdinand Bloch-Bauer è costretto a scappare in Svizzera mentre altri membri della famiglia si rifugiano in America. Alla sua morte, nel 1945, l’uomo lascia tutti i beni ai suoi nipoti, compresa Maria Altamann. Ma qualcosa va storto e il ritratto, insieme alle altre opere, finisce alla Galleria del Belvedere non rispettando le volontà di Ferdinand.

Il quadro sembrava destinato a finire così nella lista delle espropriazioni fatte in tempo di guerra ma, alla fine degli anni Novanta, l’Austria approva una legge che prevede l’eventuale restituzione di opere d’arte trafugate dal Reich.  Maria Altmann, costretta anche lei a scappare in America per sfuggire alle leggi razziali, ha ormai 83 anni. Il sogno del recupero la tiene in vita e si batterà a lungo per la restituzione del ritratto di sua zia. 

 Si rivolge ad un avvocato, Randol Schonberg. È giovane, inesperto nel recupero di quadri ma è di origine ebraiche. Suo nonno, il compositore Arnold Schonberg, frequentava le feste di Adele e anche lui è dovuto scappare dall’Austria per rifugiarsi negli Stati Uniti. 

Maria e Randol decidono di far causa allo Stato austriaco. Dopo una lunga battaglia legale avvenuta in Austria e negli Stati Uniti (nota come Republic of Austria vs Altmann), una corte di giudici stabilisce, nel 2006, che Maria è la legittima proprietaria del ritratto di Adele e di altre quattro opere di Gustav Klimt. 

Su richiesta di Maria, il “Ritratto di Adele Bloch Bauer” è esposto alle Neue Galerie di New York. È stato acquistato da Ronald Laude per 135 milioni di dollari.

Il recupero di opere d’arte può sembrare una cosa di poco conto all’interno della persecuzione degli ebrei ma dobbiamo ricordare, come disse lo stesso avvocato, che è uno dei pochi torti ai quali è stato possibile porre rimedio. 

Questa è la storia di un quadro che ha attraversato un secolo. Dalla Vienna del 1907 alla New York del 2006. Un quadro che ha vissuto due Guerre Mondiali, gli orrori del nazismo ma anche la storia di un’intera famiglia, quella di Adele Bloch Bauer e di Maria Altmann. A volte, di fronte a un dipinto, non basta sapere cosa raffigura, cose ha voluto raccontare l’artista ma vale davvero la pena sapere quale sia la storia che è dietro quel quadro. 

di Caterina Dragone

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