Un tempo, solo la dote ci rendeva sposabili. 

Amabili con la garanzia di un contratto. 

Addomesticabili.

Un tempo, la dote era l’abito di cui le donne dovevano munirsi  per cultura, tradizione e pure per necessità. Un abito per vestire la futura casa che era molto più dei bauli, delle ceste e delle valige trasportati in corteo dalla dimora della sposa a quella dello sposo, per rendere noto a tutti cosa portava con sé la giovane.

Il corredo in Abruzzo era un bene indispensabile, più o meno ricco, più o meno ricamato, ma obbligatorio. E soprattutto pensato per durare a lungo. Preparato dalle donne della famiglia con meticolosa cura nelle lunghe sere delle giornate invernali. Componevano un bagaglio fatto di trame, fili, punti che avevano il compito di rispettare il sacro connubio tra utilità e bellezza. 

Perché la biancheria è sempre stata indispensabile e bella, pure oggi che il corredo lo compriamo di spugna e cotone no-stiro all’Ikea. 

Ma le donne della famiglia in più ci mettevano le loro mani, che già da bambine erano state istruite all’arte della tessitura e del ricamo. Imparare a ricamare era parte della dote. Le stesse donne che di giorno si spezzavano la schiena nei campi e nei lavori domestici (vi garantisco che lavare le lenzuola in un lavatoio comune, o peggio in un fiume, è forse romantico, ma sicuramente molto più faticoso che premere il pulsante di avvio sulle nostre lavatrici, parola di nonna), poi d’inverno preparavano i corredi rigorosamente bianchi per le loro figlie, rammendavano i buchi degli abiti usurati, recitavano il Rosario come una litania per rimettere in ordine i cuori e  coltivavano quel senso del tempo e della sacralità degli oggetti che noi figli dell’”usa e getta” abbiamo perso. 

Forse era questa la dote più grande che si nascondeva tra le pieghe dei panni di lino, delle lenzuola ricamate e dei merletti lavorati al tombolo: la celebrazione della cura costante del quotidiano. E ben vengano oggi le donne che lavorano: lavoravano pure prima, sappiatelo, solo che non prendevano lo stipendio e indossavano l’abito della festa solo la domenica. Ben venga finalmente la possibilità che oggi abbiamo tutti, uomini e donne, di studiare. Ben venga ogni sacrosanto diritto che le donne hanno conquistato nell’ultimo secolo. Mia nonna ne sarebbe fiera. Teniamoci però stretta la nostra vera dote di donne, che non dipende da quante ore lavoriamo, da quanti figli abbiamo, non riguarda se sappiamo tenere in mano ago e filo o se sappiamo cucinare o no il piatto tipico abruzzese.

Abbiamo nel sangue la cura del quotidiano. Pure con gli asciugamani colorati dell’Ikea, abbiamo l’arduo compito d’ingentilire un mondo sempre più abbruttito dalla paura, dalla superficialità, dalla sensazione che oltre alla carta asciugatutto, pure le relazioni e le persone possono essere usate e poi gettate via.

La cura della bellezza è una sfida che solo noi donne possiamo raccogliere. Ogni giorno possiamo fare la differenza con quel nostro modo tutto femminile di riconoscere la bellezza e renderla visibile nelle cose piccole. La vita è una sfilata quotidiana di piccole cose e le donne lo sanno bene.

Questa è la nostra dote: ricamare di bellezza il presente. 

Buona festa della donna alle femmine “dotate” della nostra terra d’Abruzzo e di tutto il mondo.

Manuela Toto

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