“Ci sono coppie che, quando iniziano a convivere, comprano pentole e padelle. Ulay e io cominciammo a progettare arte insieme”.

E’ morto all’età di 76 anni Frank Uwe Laysiepen, conosciuto come Ulay. 

Artista, fotografo, docente tedesco, figura chiave della Performance art degli anni Sessanta noto anche per la tormentata storia d’amore con Marina Abramović. Una storia segnata dalla passione, sofferenze incrociate, tradimenti, masochismo e solitudine.  

Nasce a Solingen, durante la guerra. Il padre, cinquantenne, viene mandato a combattere a Stalingrado. 

La madre, sperando di trovare salvezza, fugge in quella che pensava potesse essere  una regione non occupata della Polonia ma finisce in un paese pieno di soldati russi. Lì subisce uno stupro di gruppo. In quel momento Ulay volendo scappare, gattonando, cade in una latrina da campo.  E’ un soldato russo a vedere il piccolo immerso nel liquame e tirarlo su. 

Il padre muore quando Ulay ha solo quattordici anni. Studia ingegneria e sposa una donna tedesca da cui ha un figlio. Lascia la moglie per poi fuggire in Olanda dove mette incinta un’altra donna. 

E’ il 30 novembre 1975 quando Ulay  conosce, ad Amsterdam, Marina invitata ad esibirsi per un programma televisivo olandese dedicato alle performance. E’ il giorno del loro compleanno. 

<< “Quand’è il tuo compleanno?” chiese Ulay.

“Il 30 Novembre” risposi. 

“Impossibile. Quello è il mio compleanno”.

“Ma dai”.  

Il fatto che fossimo nati lo stesso giorno era più che una coincidenza. Fin dall’inizio respirammo la stessa aria, i nostri cuori battevano all’unisono.>> 

Così Marina Abramović racconta, nel suo libro autobiografico “Attraversare i muri”, il loro primo incontro. Resta affascinata dai capelli lunghi e fluenti di quest’uomo e dalle due metà differenti del suo volto, un lato maschile e uno femminile.  

Da quel momento nasce una collaborazione artistica destinata a segnare profondamente il mondo della Performance art. 

Il pubblico vedeva nella loro performance separazioni o scontro, rumore e violenza ma nelle loro vite Marina e Ulay erano vicini e felici. 

Acquisiscono una specie di personalità fusionale. A volte si chiamavano “Colla”. Insieme erano “Supercolla”. 

Un’artista, Ulay,  più oscurato che non illuminato dalla sua compagna. Quando le riviste d’arte parlavano delle loro performance, era quasi sempre Marina ad essere nominata per prima e questa faccenda ad Ulay non andava proprio giù. 

Un amore che ha indubbiamente condizionato dodici anni della loro produzione artistica e che culmina con la celebre traversata della Muraglia Cinese. 

Entrambi avevano rinunciato a lavorare da soli in nome di un ideale che ritenevano superiore: fare arte insieme e creare quel terzo elemento che loro chiamavano The Self, un’energia non avvelenata dall’ego, un’unione tra maschile e femminile, punto più alto dell’arte.

L’immagine che Marina Abramović ci consegna di sé è quella di donna forte, coraggiosa e guerriera tuttavia la fine di questo amore è stato per lei più doloroso di qualsiasi performance autolesionista. 

“Smise di piacermi il suo odore. E così capii che era finita.”

UA tutto il pubblico, amante delle loro performance, è noto l’incontro tra i due artisti al Moma di New York, nel 2010 in occasione di “The artist is present” , performance realizzata da Marina. Ulay si accomodò, senza preavviso, davanti alla sua ex – compagna segando una delle pagine più emozionanti e potenti della storia dell’arte contemporanea. 

Caterina Dragone

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